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Storia

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La città di Nuoro, con il territorio circostante, ha una storia antica largamente presente su numerosi testi di storia. Si delinea per forti tradizioni popolari e artistiche che ne hanno fatto un centro culturale di notevole importanza. La sua posizione appartata e protetta, già rilevata da Plinio il Vecchio nella sua "Naturalis historia", ha infatti creato un habitat socio-culturale in cui sono fiorite forme artistiche eccellenti e nella quale sono nati personaggi della storia e dell'arte che hanno avuto ampi riconoscimenti in ambito internazionale.

Le prime tracce di antropizzazione nel territorio risalgono al periodo prenuragico e nuragico e sono principalmente rappresentate dal nuraghe "Noddule", legato all'antico culto delle acque e noto per il suo impianto architettonico, dal nuraghe "Tanca manna" e dal villaggio sviluppatosi attorno ad esso, formato da circa ottocento capanne che in parte ancora oggi conservano la pavimentazione originaria in argilla e sughero, ideata per isolare termicamente le abitazioni e, dunque, segno di una civiltà largamente progredita.
L'insediamento di "Tanca manna", insieme ai nuraghi di Biscollai, Ugolio, Tigologoe, Corte, Tèrtilo, Gabutèle e Tres nuraghes, fa del territorio uno dei centri urbani più antichi dell'Isola e sicuramente uno dei più suggestivi ed evocativi nel panorama archeologico.

Non esistono, invece, emergenze archeologiche che attestino la presenza fenicia o punica nel territorio, anche se la tradizione colloca nel colle di Sant'Onofrio l'antico tempio della dea fenicia Astarte.

L'origine del centro abitato risalirebbe al periodo della dominazione romana, la quale sarebbe in realtà la motivazione originaria della dislocazione delle abitazioni nelle parti più interne della zona, nei pressi delle pendici del monte Ortobene.
Solo in tempi più recenti la popolazione si sarebbe spostata nella zona che poi vide sorgere Seuna, il rione più antico di Nuoro, nei pressi della sorgente "Sa bena". La presenza romana nel territorio è testimoniata da resti di abitazioni e tubi di piombo presso le rive del ruscello "Ribu'e Seuna", dai resti della cittadella tardo imperiale di "San'Efis", così chiamata per la vicina chiesetta omonima, e da alcuni reperti provenienti da sepolture.

Nuoro venne identificata come territorio dei nurritani, detti anche "pelliti", per via delle pelli indossate, o "Iliensens", nome che secondo la tradizione deriverebbe dai compagni di Enea fuggiti da Troia, approdati sulle cose sarde e successivamente rifugiatisi nelle zone più nascoste e inaccessibili dell'Isola. Pare che la loro attitudine alla lotta abbia costretto anche il pretore romano Azio Balbo a stipulare con loro un reciproco trattato di non belligeranza.

In epoca successiva, durante e dopo le invasioni vandaliche, la popolazione interna iniziò a venire identificata con l'aggettivo di "barbaricina".
Grazie alle testimonianze di Procopio di Cesarea, che scrisse che la gente barbaricina era solita muoversi in assoluta autonomia, e principalmente alle lettere di papa Gregorio Magno, il cui pontificato inizia nel 590 d.C. e termina nel 604 d.C., siamo in grado di ricostruire una sorta di cartina della Sardegna divisa in due parti, una di influenza cristiana e una abitata da una popolazione di religione sostanzialmente pagana chiamata "gens barbaricina".
Infatti Papa Gregorio I, preoccupato per le sorti amministrative e religiose dell'Isola e dei territori più interni, si rivolse al capo locale Hospiton come ad un "dux barbaricinorum", riconoscendogli una certa autonomia e autorità presso le sue genti.

Il potere centrale riuscì, infine, ad affievolire la resistenza dai Barbaricini firmando con essi un accordo di pace in cui era inclusa la loro conversione al cristianesimo. Appare pertanto doveroso citare il ritrovamento di fibbie in bronzo in un'antica tomba bizantina dalle quali è possibile evincere, tramite un'iconografia tipicamente cristiana, una conversione della popolazione.

Nel 1100 la città fece parte della Diocesi di Galtellì, poi divenuta Diocesi di Nuoro nel 1779, e appartenne al giudicato del Logudoro. Infine entrò nell'orbita pisana, aragonese e poi spagnola. In quest'epoca anche il territorio barbaricino, nonostante la notevole crescita urbanistica, conobbe un regime feudale oppressivo e gli effetti delle lunghe guerre per il controllo dell'Isola.

A dispetto dell'alta mortalità dovuta a pestilenze e carestie, nella seconda metà del 1600, Nuoro fu il primo centro dell'Isola. Come risulta da antichi documenti, già nel periodo spagnolo sorsero a Nuoro quindici chiese e numerosi luoghi di culto sia alla periferia del paese che nelle campagne. Nella seconda metà del 1600 iniziò la costruzione della chiesa delle Grazie, caratterizzata dall'antico rosone in trachite.
Nel 1685 fu emesso in lingua spagnola l'atto di fondazione della chiesa di Nostra Signora di Valverde, dal quale è possibile evincere i suoi mecenati e il suo impianto originario che, originariamente a croce latina, fu successivamente modificato per ricavare alcuni ambienti dalle due navate preesistenti.

Successivamente al passaggio della Sardegna alla casa sabauda nel 1720, Nuoro annoverò quasi tremila abitanti e ospitò la sede della Prefettura e nella seconda metà del 1800 diventò centro di Divisione Amministrativa e di Intendenza.
Nel 1820, con l'emanazione dell'Editto delle Chiudende, con il quale il nuovo governo volle favorire la chiusura dei terreni e la proprietà privata, si incentivò nel territorio il fenomeno del banditismo e si irrobustì sempre di più quell'insieme di regole e leggi non scritte chiamate "Codice barbaricino" che, a tutti gli effetti, governò i rapporti fra le persone.

Nel 1857 sorse la frazione della città chiamata "Lollove", importante per la presenza della chiesa della Maddalena, edificata sul finire del XVI secolo, in stile tardo gotico, a tre navate, con colonne di trachite a vista e arcate ogivali.
Nel 1853 fu aperta al culto la Cattedrale di Santa Maria della Neve, edificata sullo sfondo del monte Ortobene. La chiesa custodisce la tela raffigurante la leggenda legata alla Vergine della Neve, ad opera di Ghisaura, due opere di Palazzi, la Via Crucis di Floris e Giovanni Ciusa Romagna e una tela di Luca Giordano.

Il 26 aprile 1868 il malcontento popolare si espresse nei moti rivoluzionari chiamati "Su connottu" ("Ritorniamo al conosciuto"), che tendeva a richiamare l'attenzione sul fatto che la città, sempre più nelle mani di amministratori piemontesi, avesse la necessità di un ritorno ad un'amministrazione autoctona.
La sommossa fu sedata ma perdurò la situazione di malessere sociale ed economico della città, aggravata dal suo perenne isolamento: Nuoro, contrariamente a Cagliari e Sassari, fu esclusa dai primi collegamenti ferroviari attuati nel 1871 e solo nel 1889 fu attivata la linea ferroviaria a scartamento ridotto Nuoro-Macomer.

Nel 1913 il Consiglio comunale di Nuoro chiese il ripristino della Provincia soppressa nel 1859. In quel periodo crebbe il secondo rione della città, San Pietro ("Santu Pedru"), quartiere dei contadini e dei proprietari terrieri che si sviluppò intorno alla chiesa omonima, in seguito demolita per edificare la chiesa del Rosario. L'altro quartiere, denominato "Seuna", era invece abitato da contadini, braccianti e artigiani.

Agli inizi del Novecento la città conobbe un forte aumento della disoccupazione e dell'emigrazione, mentre nel 1927 diventò capoluogo di Provincia esprimendo la sua vocazione di città prevalentemente terziaria con una larga presenza di piccole e medie imprese.

Gli altri dieci rioni che, con gli altri due precedentemente citati, costituivano la parte più popolata della città, erano "S'ispina Santa" (via Sassari), "Irrilai" (via della Pietà), "Santu Carulu" (via Alberto Mario), "Su serbadore" (via Malta), "Corte 'e susu" (via Poerio), "Santa Ruche" (via Farina), "Sette fochiles" (via Lamarmora), "Fosu loroddu" (Largo Nino di Gallura), "Su Carmine" (Piazza Marghinotti) e "Lolloveddu" (via Guerazzi).

Le testimonianze architettoniche presenti nel centro, alcune ancora esistenti e altre scomparse, ma di cui resta traccia nei documenti, riguardano soprattutto gli edifici sacri. Le abitazioni dei primi anni del 1900 si presentavano modeste e di impianto architettonico molto semplice. Secondo quanto racconta Grazia Deledda nel libro "Tradizioni popolari di Sardegna", Nuoro era una piccola città, cuore dell'Isola, definita scherzosamente "piccola Atene della Sardegna" dagli artisti.
L'elezione a capoluogo della Provincia innescò un processo urbanistico accelerato che divenne più ragionevole nel secondo dopoguerra.

Numerosi artisti e uomini di pensiero della Sardegna hanno visto la luce nella città barbaricina, fra loro si ricordano il premio Nobel per la letteratura Grazia Deledda, autrice di Elias Portiolu, Canne al vento e numerose altre opere, Sebastiano Satta (1867-1914), scrittore, giornalista e avvocato, Salvatore Satta (1902-1975), giurista e insegnante di Diritto Processuale Civile, Francesco Ciusa (1883-1949), scultore di fama e vincitore alla Biennale di Venezia con l'opera "La madre dell'ucciso", Antonio Ballero (1864-1932), pittore e scrittore, Attilio Deffenu (1890-1918), intellettuale e giornalista, Giovanni Pintori (1912-1999), pubblicitario e artista di alta levatura, e Gian Pietro Chironi (1855-1918), giurista e senatore di fama.

Tradizioni
Luogo di profonde tradizioni e antichi saperi, Nuoro si esprime al meglio nei colori dei suoi abiti tradizionali, nelle note della sua musica e nell'arte culinaria, come sempre espressione della civiltà che la produce.

La tradizione musicale di Nuoro e del suo territorio è testimoniata da voci importanti come quella di Grazia Deledda e Vittorio Angius (1797-1862), professore di retorica e membro del Collegio di filosofia dell'Università di Sassari, autore di opere importanti come "Cenni sulla lingua dei Sardi scritta e parlata" (Torino, 1855).
Tipici del territorio sono i suggestivi canti a Tenores e i Gosos, entrambi appartenenti al genere polifonico e espressione privilegiata dai nuoresi per sottolineare i riti di passaggio e i momenti sociali considerati importanti.

Il canto a Tenores, insieme al canto monodico a chitarra e al canto a "Sa nugoresa" ("alla nuorese") forma quell'insieme di sonorità in grado di rappresentare l'intera Sardegna.
Il canto a Tenores è generalmente composto da "Sa boche", voce chiave che da il tono al tessuto musicale, "Sa contra", la seconda voce, "Su bassu" e da "Su zippiri", il falsetto.

La musica tradizionale è sempre stata oggetto di studio fin dal 1900 quando a Nuoro operavano "La filarmonica" e la scuola musicale "La Perosi". Nella seconda metà del 1900 un importante musicista, il cagliaritano Giuseppe Rachel, direttore del "Corpo musicale filarmonico", iniziò a comporre musica sarda mettendo per la prima volta sulla carta del pentagramma la famosa "A Diosa", conosciuta ormai in tutto il mondo come "No potho reposare".

A testimoniare l'amore dei nuoresi per gli antichi saperi della loro città è stato aperto nel 1976 il "Museo della vita e delle tradizioni popolari sarde" che offre ai suoi visitatori numerose sale in cui sono esposti capi d'abbigliamento tradizionale, maschere del carnevale barbaricino, gioielli e tipici prodotti tessili. Il museo dispone inoltre di un'ampia sala conferenze che ospita le periodiche manifestazioni promosse dall'Istituto Superiore Regionale Etnografico.

La gastronomia del territorio, fortemente legata al mondo agropastorale, è fatta di elementi semplici dei quali la caratteristica più importante è senza dubbio la genuinità. Prevalgono infatti i piatti a base di carne, i primi gustosi, i formaggi e i dolci colorati, di solito espressione della gioia per la festa.
Fra i formaggi, spesso serviti come antipasti, si ricordano le varianti fresche abbinate al miele, la ricotta, "Sa frue", il latte cagliato, e "Su casizzolu" (caciocavallo).

Fra gli antipasti si ricorda anche una pietanza a base di carne di maiale tritata e condita con aromi, chiamata "Sa purpuzza". Fra i primi piatti si annoverano "Su pane frattau", pane Carasau ammorbidito nell'acqua bollente e cotto varie volte al forno sul quale poi viene adagiato uno strato di sugo di pomodoro e pecorino e che viene arricchito con un uovo in camicia, "Sos maccarrones cravaos", gnocchetti sardi tipici del nuorese, e "Sos maccarrones furriaos", gnocchetti conditi con pecorino fresco fuso con la semola fino a formare una crema densa.

I secondi piatti, invece, si basano principalmente sulla carne e si ricorda il porchetto arrosto, la pecora lessata con le patate e servita con pane Carasau bagnato nel brodo di cottura oppure i piatti a base di interiora come "Sa cordedda", treccia fatta con le budella dell'agnello o del capretto, cotta allo spiedo oppure in tegame con i piselli, "Su zurrette", il sangue della pecora, insaporito con menta, formaggio, timo selvatico e pane carasau sbriciolato, cotto all'interno dello stomaco dell'animale.

Il pasto è accompagnato dal vino, la cui produzione è soprattutto a carattere privato, con netta prevalenza di vini rossi corposi, dal pane bianco, chiamato "Su coccone", caratterizzato da una pasta finissima, e da "Su pane carasau", fatto a dischi sottili e croccanti cotti al forno, che, abrustolito e condito con olio e sale viene chiamato pane "Guttiau".

Fra i numerosi dolci, quello nuorese per eccellenza è "Sa sebada", un sottile cerchio di pasta, fritto e ricoperto di miele, ripieno di formaggio. Si ricordano, inoltre, "S'aranzada", fatto con scorze d'arancio, scagliette di mandorle e miele, "Sas casadinas", generalmente ripiene di ricotta, e "Sas orillettas", stringhe fatte di farina e uova, fritte e cosparse di miele. Numerosi i dolci fatti con le mandorle come i croccanti "Coriccheddos", tipici dei matrimoni, gli amaretti e i "Guelfos".
La fine del pasto è spesso accompagnata con liquori come il mirto, diffuso in tutta l'Isola, e l'acquavite chiamata "Abbardente".

Territorio
Nuoro, considerata il cuore della Sardegna, si estende alle pendici del monte Ortobene su un altopiano granitico di antiche ascendenze geologiche.
La zona comprende pianure, colline, altipiani e montagne. Questo affascinante mondo, sospeso tra passato e presente, è a tutti gli effetti un piccolo continente grazie alla ricchezza dei suoi paesaggi, alla varietà dei suoi ambienti e alla flora e fauna.

La maggiore ricchezza di Nuoro è rappresentata dall'ambiente naturale, infatti il suo territorio è considerato uno dei polmoni verdi del mediterraneo. Con i suoi boschi, costituiti specialmente da lecci, tassi, ginepri, castagni, noccioli, sughereti, e con la tipica macchia mediterranea. Varia e differente è invece la flora presente sulle montagne, dove troviamo la ginestra corsica, il ginepro nano, la santolina insularis, il cardo e l'aquilegia nugorensis.

Tale ambiente, proprio per le sue caratteristiche, ospita varie specie faunistiche uniche nel Mediterraneo come il muflone, il cinghiale e la volpe. I boschi sono popolati dal gatto selvatico, dalla martora e dal ghiro, mentre le valli, ricoperte di mirto e da altre specie di arbusti mediterranei, sono abitate dalla pernice e dalla lepre selvatica. Le montagne sono inoltre meta di molti uccelli migratori come i colombacci e i tordi.
Molte sono le specie di rapaci che hanno scelto la zona per nidificare come l'aquila reale, il falco pellegrino, l'avvoltoio grifone, il gheppio e la poiana. Sulla costa è facile avvistare il gabbiano corso, specie endemica del Mediterraneo e unicamente presente nell'Isola, il pollo sultano e il falco della regina.

Poco distante dall'abitato sorge il monumento naturale del monte Ortobene, limitato a nord dal rio Marreri e a sud dal fiume Cedrino, dalle valli di Isporosile e di Maria Fruenza a occidente e dalle valli del rio Loculi e di Funtana 'e lidone a oriente, che presenta pinnacoli e torrioni che declinano verso zone pianeggianti e conche di granito, ripide gole e una grande varietà di rocce antropomorfe, zoomorfe, sferoidali o a nido d'ape, frutto della millenaria azione di agenti climatici, fisici e antropici.
La sua altezza costituisce senza dubbio un ottimo punto d'osservazione dal quale ammirare le montagne e le vallate circostanti. Il monte ha subito nei secoli l'azione dell'uomo che è intervenuto con varie attività di disboscamento. Infatti, delle foreste di lecci ancora presenti nell'Ottocento esistono oggi solo alcuni lembi nella zona di Cuccuru Nigheddu e di Solotti.

Molto suggestiva appare la "via della Solitudine" che, partendo dalle pendici del monte, alla cui base sorge la piccola "chiesa della Solitudine", prosegue nel viale omonimo e conduce, attraverso via Chironi e via Deledda, alla casa museo della scrittrice, la cui conservazione e gestione è affidata all'Istituto Superiore Regionale Etnografico. Nel museo sono esposti documenti e oggetti appartenuti alla scrittrice e sono conservate ancora intatte le strutture e la cucina rustica.

A documentare l'importanza della città e del suo territorio sorgono, inoltre, il museo d'arte della Provincia di Nuoro, che ha sede in un palazzo del XIX secolo e offre al pubblico un'ampia collezione di arte sarda del 1900, e il "Museo Civico Archeologico", che ospita la sezione speleologica e archeologica con testimonianze che vanno dal Neolitico all'epoca medievale, passando per quella nuragica e fenicio-punica.

Economia
L'economia nuorese si fonda sul settore terziario e la poca industria presente si basa sull'attività di piccole e medie imprese dislocate sul territorio.
I comparti agricolo e caseario, quest'ultimo legato all'allevamento, occupano nel panorama produttivo sempre grande rilievo, eredi di quella tradizione agropastorale che vedeva in esse le uniche fonti di reddito per la città.

L'allevamento ovino prevale su quello bovino ed è fortemente legato al comparto caseario che, specialmente negli ultimi tempi, ha fatto delle sue caratteristiche di nicchia uno strumento vincente nel mercato internazionale. Nel territorio si produce anche olio d'oliva, vino e mandorle.

Negli ultimi anni si è vista una graduale rimonta dell'artigianato e del turismo con la tendenza crescente a considerare le bellezze naturali, la salvaguardia e il recupero delle tradizioni come uno strumento di rilancio economico della stessa città.