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Storia

storia
La presenza dell'uomo nel territorio di Muros è documentata già dall'antichità. Importanti testimonianze del Neolitico antico provengono dalla Grotta dell'Inferno, oggetto di scavi fin dal 1970, divenuta fondamentale per lo studio del Neolitico medio (4600-3200 a.C.); periodo di cui ci rimangono una notevole quantità di ceramiche riconducibili alla cultura di Bonuighinu. Al Neolitico medio risale invece la statuetta femminile ritrovata in località Su monte, considerato una delle più antiche espressioni artistiche dell'Isola; mentre risalgono al Neolitico recente le domus de janas localizzate a monte Terras e a Badde Ivos.

L'età nuragica ha dato vita a numerosi insediamenti, il più importante, e anche il più antico, è quello di Sa turricula, risalente alla cultura di Bonnanaro e situato su un pendio nel quale é stata riportata alla luce una capanna a pianta quadrangolare, probabilmente coperta di frasche, addossata a una roccia. Inoltre, vi sono due nuraghi e vari esempi di architettura funeraria come l'ipogeo di Rocca Ruja e la tomba dei giganti di monte Simeone.

Del periodo romano rimangono importanti tracce che riguardano i collegamenti stradali come quelle individuate in località San Leonardo unitamente ad un santuario dedicato alla dea del grano che sorge all'interno del preesistente complesso nuragico di Sa turricula.

Le origini dell'attuale centro abitato sono riferibili al periodo medioevale. All'epoca faceva parte del giudicato di Torres ed era compreso nella curatoria di Figulinas. Fu incluso in quei territori che nel corso del XII secolo passarono nelle mani dei Malaspina grazie alle complesse alleanze matrimoniali tipiche del periodo. Con la scomparsa della famiglia dei giudici di Torres i nuovi sovrani lo inclusero nel piccolo stato che avevano formato riunendo tutti i loro possedimenti. Dopo la conquista del villaggio da parte degli aragonesi, Muros entrò a far parte del Regnum Sardiniae grazie all'atto di vassallaggio manifestato dai Malaspina nei confronti del re d'Aragona.

Nel 1325, in seguito all'appoggio offerto dai Doria al movimento di ribellione nei confronti degli Aragonesi, il piccolo borgo fu teatro di un conflitto che negli anni successivi coinvolse anche i Malaspina. Pur mantenendo il controllo dei loro beni, questi ultimi impegnarono gli Aragonesi in una estenuante guerriglia che portò Muros a subire gravi perdite.
Con la morte del marchese Giovanni, nel 1342, il villaggio e tutti gli altri beni ritornaronoad essere amministrati dalla corona d'Aragona; questo non piacque agli altri eredi che tentarono di opporsi con le armi ai messi che il re aveva inviato per entrare in possesso dell'eredità.

Nel 1353 la confisca del villaggio fu una delle cause che fece scoppiare il nuovo conflitto tra il giudice Mariano IV d'Arborea e Pietro IV re d'Aragona. Nel 1365, dopo anni di sanguinose lotte, le truppe arborensi occuparono il territorio fino alla caduta dello stesso giudicato d'Arborea.

Nel 1410 Muros passò nelle mani del visconte di Narbona che lo resse fino al 1420, anno in cui il villaggio tornò definitivamente nelle mani del re che nel 1421 lo incluse nei feudi concessi a Bernardo Centelles. L'illustre famiglia nel 1439 lo cedette, unitamente ad altri villaggi compresi nella curatoria di Coros, ad Angelo Cano, promotore del definitivo distacco del paese dalla curatoria di Figulinas.

Il villaggio, feudo dei Martinez Montemuros dal 1657 al 1700, rimase in possesso dei Cano fino alla loro estinzione, avvenuta agli inizi del Cinquecento, periodo in cui fu ereditato, dopo una lunga contesa, dai Cedrelles che però lo vendettero nel 1545 a Bernardo Viramunt. Quest'ultimo morì poco dopo e nel 1550 Muros fu acquistato all'asta dai Gujò. Il piccolo comune rimase di loro proprietà fino a metà del Seicento e nel 1657 fu nuovamente venduto all'asta.

Il villaggio, che nel 1821 fu incluso nella provincia di Sassari, fu allora acquistato dai Martinez che lo tennero fino al riscatto dei feudi nel 1838.

Come attestato da alcuni documenti, il centro abitato di Muros risale all'epoca dei Giudicati mentre i vari passaggi storici, con il loro apporto architettonico e urbanistico, emergono in maniera evidente da un attento esame del tessuto edilizio.

Il centro conserva numerosi edifici il cui tessuto urbano ha origine dall'impianto originale della tipica abitazione del territorio, chiamata "Sa domo", che permane in alcune abitazioni del centro come quella della via Cesare Battisti e della via Brigata Sassari.
La chiesa parrocchiale, dedicata ai Santi patroni del paese Gavino, Proto e Gianuario, risale alla seconda metà del Seicento, data documentabile grazie a una lapide presente nella Cappella di San Giovanni Battista.

Gli scavi archeologici eseguiti in loco hanno fatto emergere un'ampia area cimiteriale, mentre l'interno dell'edificio risulta caratterizzato da un impianto semplice, da una volta a botte e da una volta a crociera, sovrastante il presbiterio, ornata da peducci a figura umana.
Nella chiesa si conserva anche una statua lignea del 1600 e il piccolo simulacro della Vergine con il bambino. Nella cappella dell'Immacolata è custodita una tela del XVII secolo raffigurante i Santi martiri e patroni del paese insieme alla Vergine Maria. All'esterno la chiesa è affiancata dalla torre campanaria commissionata nel 1904 dai coniugi Tolu.

Alla fine di via principe Umberto sorge invece l'antica fonte pubblica, edificata nel XIX secolo con lo scopo di approvvigionare la popolazione. La fonte, non più utilizzata dagli anni Cinquanta, è costituita da uno spessa costruzione in cantoni di calcare e da mascheroni dai quali un tempo fuoriusciva l'acqua. L'importanza della rete idrica nel comune è inoltre testimoniata dai numerosi luoghi e toponimi come "Sa funtana de su furraghe", "S'abba ruja" (Acqua rossa) e il "Caminu de s'ena" (il sentiero della vena d'acqua).

Tradizioni
Espressione delle antiche credenze popolari sono state tramandate dai racconti dei più anziani, riti e gesti scaramantici dal vago sapore tribale e antico che regolavano la vita quotidiana con un senso straordinario della magia e del meraviglioso. Si ricordano, per esempio, il rito de "Sa meighina 'e s'ojiu" (medicina dell'occhio), antico rito per rimediare ai danni che si ritenevano causati da uno sguardo particolarmente malaugurante, conosciuto comunemente come malocchio. Alcuni chicchi di grano venivano versati in un bicchiere d'acqua accompagnati da alcune preghiere.

Molto antichi anche i rimedi taumaturgici come quello legato al potere della natura e di una pianta, situata nella località "Su giardineddu", che si riteneva capace di guarire i bambini con la forza contenuta nel suo tronco.

Tra le usanze si ricorda anche quella di "Sos responsos", secondo la quale ci si poteva affidare a una persona perchè interpretasse alcuni segnali per anticipare la fine di un processo, e quella delle croci e della canna, secondo la quale per evitare che gli uccelli mangiassero le sementi e il raccolto l'agricoltore avrebbe dovuto nascondere nel suo terreno una canna che celava un foglio con particolari frasi magiche.

Numerosi gli oggetti della vita quotidiana pervenuti fino a noi e conservati come espressione dell'antica cultura come gli antichi letti in ferro battuto, le antiche culle, chiamate "Su giogulu", realizzata con tavole di legno intagliate e inchiodate. Famosi anche i tappeti ottenuti con gli antichi telai e lavorati "a ranu" (a grano) o "a illittonzu" (a lizzi).

Decisamente eleganti e suggestive appaiono oggi le occasioni in cui poter ammirare i vestiti tradizionali come quello maschile, composto da "berritta" (berretto di orbace), "Su 'entone" (camicia di cotone bianco) e il gonnellino di velluto nero chiamato "Sas ragas nieddas".
L'abbigliamento femminile, invece, prevedeva colori pià sgargianti e decori maggiormente ricchi, era composto da "Su muncaloru ippaltu" (fazzoletto bianco), "Sa camija", e la sciarpa ricamata chiamata "S'isceppa".

Tra le testimonianze tramandate oralmente emergono i ricordi legati ai giochi e ai passatempi, come il gioco dei ''gareci'', le antiche biglie di quercia, successivamente sostituite da quelle in terracotta e infine da quelle in vetro, con le quali i bambini del paese passavano il tempo giocando insieme.

Territorio
Il territorio di Muros è caratterizzato da una particolare vegetazione che, assieme alle ripide pareti calcaree, rende unico l'ambiente naturale. Il paesaggio assume delle forme particolarmente piacevoli e facilmente agibili nel versante Est dell'abitato, mentre diventa più impervio in prossimità del rio Mascari nel punto in cui si apre un varco verso il mare dando luogo ad una stretta gola.

La vegetazione, ricca e variegata, si alterna in verdi prati, vaste distese di pascoli di asfodelo, steppa di piante spinose, macchia composta dagli arbusti di lentisco e olivastro, mirto, corbezzolo.
Nelle zone di "Badde olia" e ""Canechervu" è più facile notare vaste distese di lecci, pochi esemplari di sugherete, querceti e boschi di roverella nella parte sud-occidentale. Lungo le sponde del rio Mascari vi sono boschi di pioppi, olmi e salici.

In questi incantevoli luoghi trovano rifugio varie specie di animali fra cui il cinghiale, la volpe, la martora, il coniglio, la lepre, la donnola, il riccio, il gatto selvatico e alcune specie di uccelli come il gheppio, la poiana, il picchio rosso, la ghiandaia, il corvo imperiale, la pernice, la cornacchia grigia, lo storno nero e il merlo.

Economia
Le attività di base della sua economia sono l'allevamento del bestiame, in particolare quello bovino e ovino, e l'agricoltura, specialmente la cerealicoltura, la frutticoltura, l'orticoltura.
Negli ultimi decenni si sta sviluppando anche una certa attività industriale che trova sede in un'area posta a valle dell'abitato e si basa su piccole aziende del settore lattiero-caseario, estrattivo e della fabbricazione di mobili.