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Storia

storia
Luogo privilegiato di antropizzazione già in tempi preistorici, Ghilarza offre ai visitatori emergenze archeologiche risalenti al periodo Eneolitico, definizione che designa le età del bronzo e del rame, durante il quale si svilupparono nel territorio strutture sociali che basarono il loro sostentamento sulla pastorizia.

Sono pertanto presenti sul territorio alcune "domus de janas", tombe ipogeiche, e alcuni nuraghi a corridoio come "Mortos", "Sumboe", "Aunes", "Perd'e pranu", "Canchedda" e ventitre nuraghi a "tholos", caratterizzati da una forma troncoconica e solitamente da più ambienti sovrapposti.

Nel territorio si trovano inoltre sette esemplari di "tombe di giganti", segno di una civiltà evoluta che prediligeva per i propri villaggi, formati prevalentemente da capanne circolari in legno e pietra, una posizione vicino ai fiumi e alle sorgenti.

Purtroppo non sono stati rinvenuti in zona significativi resti punici o fenici mentre la presenza romana fu resa più forte dalla vittoria dell'esercito romano sui ribelli di Amsicora, rappresentante della ricca nobiltà sardo-punica e già definito da Tito Livio come il primo fra i sardi per potere e ricchezza.
Il rinnovato potere dei romani sull'Isola fu seguito dallo stanziamento di numerose guarnigioni e dalla nascita di villaggi che segnarono anche il loro controllo sulle vie commerciali verso la Sardegna.

Alla fine dell'Impero romano seguì un periodo piuttosto confuso che approdò infine al dominio bizantino espresso prevalentemente attraverso la presenza monastica. Quest'ultima favorì la nascita di centri religiosi chiamati novenari, come quelli di San Serafino, San Michele, Trempu e San Giovanni, attorno ai quali furono costruiti appositi alloggi per i fedeli chiamati "cumbessias" o "muristenes". La presenza bizantina è inoltre testimoniata dalle numerose chiese disseminate nel territorio e dedicate ai santi greci come San Macario o Sant'Elena.

Nel 1417 Ghilarza fu dato in feudo a Giovanni Corbera che lo vendette nel 1426 al marchese di Oristano. Nel 1479 i suoi cittadini chiesero di rimanere sotto la protezione e l'amministrazione reale e il territorio fu identificato con il nome di "Parte ocier real". In epoca medievale fece parte del giudicato di Arborea nella curatoria del Guilcer e dopo la battaglia di Macomer (1478), con la sconfitta di Leonardo Alagon, fu annesso ai domini aragonesi similmente ad altri territori della Sardegna.

Per il periodo che va dal 1713 al 1717 l'Isola divenne dominio austriaco e nel 1718, con il trattato di Londra del 2 agosto 1718, divenne dominio sabaudo e Ghilarza, con i suoi territori, seguì il destino di tutti gli altri feudi fino al riscatto dalla condizione di feudo dovuto alla carta reale del 1838.

Nel 1821 fu compreso come capoluogo di mandamento nella provincia di Oristano mentre nel 1848, dopo l'abolizione delle province, entrò a far parte della divisione amministrativa di Cagliari.
Nonostante la sua posizione favorevole, all'incrocio fra strade importanti in una valle, quella del Tirso, che risultò avere forti potenzialità per l'agricoltura e l'allevamento, Ghilarza non raggiunse mai grande importanza strategica e la sua torre quattrocentesca venne ben presto ridotta a carcere.
Il paese è inoltre ricordato negli scritti di Antonio Gramsci, uno dei fondatori dei partito del comunista italiano, deputato al Parlamento nel 1924 e scrittore, come un "Paese dalle case di pietra ferrigna, dagli orti odoranti di menta e di limoni".

L'impianto del centro del paese si dipana attorno alla piazza antistante alla chiesa dell'Immacolata che risale al XVI secolo, mentre la chiesa romanica di San Palmerio, edificata nel 1200 in tufo e trachite, si compone di un'unica navata e di due cappelle aggiunte successivamente. La chiesa di San Palmerio sorge su un'antica cripta nella quale fu rinvenuta una salma con una fiala di sangue e un'iscrizione indicante il nome Palmerius.

San Palmerio e "Gilarce" (Ghilarza) vengono menzionati per la prima volta nel "Condaghe" di Santa Maria di Bonarcado, un documento amministrativo che nel periodo bizantino definiva un atto di donazione a favore di un determinato ente ecclesiastico. Tale documento rileva inoltre che nel periodo giudicale esisteva già il culto di "Santu Paraminu"(San Palmerio), nella cui chiesa pare si tenesse "corona", sorta di assemblea popolare chiamata così per il modo di riunirsi in cerchio dei suoi partecipanti.

Poco distante sorge invece la costruzione militare detta "Donjon", costruita nella seconda metà del XV secolo e poi trasformata in carcere.

La chiesa di San Giorgio, anch'essa risalente al XIII secolo, si erge nella periferia occidentale e presenta forme semplici tipiche della zona. La chiesa di San Michele, invece, pur essendo di origine bizantina, mostra rifacimenti di epoca medievale. In ultimo è opportuno ricordare la chiesa campestre di San Serafino, originaria del XII secolo e oggetto dei racconti dei più anziani poiché al centro di uno scontro fra gli abitanti di Ghilarza e quelli di Ulà Tirso.

Molto importante nella frazione di Zuri la chiesa di San Pietro, costruita in stile romanico nel 1291 da Anselmo da Como. La chiesa è edificata in trachite rossa ed è caratterizzata da un grande campanile a vela e ornata da bassorilievi.

Tradizioni
Delle feste che scandivano il tempo secondo l'antico vivere legato all'agricoltura e al passare della stagioni si ricordano quelle di San Palmerio e di Sant'Antonio Abate.

Protagonista principale della festa di Sant'antonio Abate è il fuoco, ricordo di antichi riti pagani, che veniva acceso in grandi falò ottenuti con tronchi d'albero cavi chiamati "Tuve". Anche oggi i ragazzi più giovani, organizzati in gruppi, usano accendere la propria "Tuva" mentre nei vicinati e nelle piazze principali del paese la popolazione accende altri falò, degusta i dolci e beve vino.

Un'altra delle feste più amate della popolazione di Ghilarza è la festa di San Palmerio che celebra il giorno del ritrovamento della sua tomba e dei suoi resti, giorno che è ormai avvolto nella leggenda e che appartiene alle storie narrate dagli anziani e tramandate di generazione in generazione.
Una leggenda narra che San Palmerio sia apparso in sogno ad un maniscalco del paese indicandogli il luogo della sepoltura. Una volta eseguito lo scavo nel luogo indicatogli venne ritrovata una tomba che conteneva il corpo del Santo.

Nel territorio di Ghilarza sorgono numerosi novenari disseminati nelle campagne circostanti l'abitato e caratterizzati dai "Muristenes", piccole dimore temporanee abitate dai fedeli durante le novene.

I colori e le fogge degli abiti indossati dai membri della confraternita furono disegnati anticamente e decisi nel momento della creazione delle stesse confraternite che a Ghilarza esistevano numerose. Tra queste la Confraternita della "Sacra Croce", quella del "SS. Sacramento", del "Rosario" e del "Sacro Cuore di Gesù". Ogni confraternita era tenuta ad avere uno statuto nel quale fossero stabilite le regole, lo stemma e gli scopi.

Territorio
Ghilarza, situato sulla riva del lago Omodeo e del fiume Tirso, si estende su un ampio altipiano basaltico di pietra vulcanica e, a causa di una forte e a tratti devastante opera antropizzatrice, è ora coperto solo parzialmente da querce, lentischi, mirto e olivastri.

La zona est, invece, offre allo sguardo una flora tipica delle zone più rigogliose e umide, con ampi pendii coperti di mandorli e pioppi, e pareti rocciose cosparse di edera, muschio e caprifogli. In primavera fioriscono gli anemoni e le orchidee selvatiche.
Pertanto ad una zona ampia, desolata e austera dal punto di vista della flora, si contrappongono una fauna e una flora ricche e varie.

Economia
L'economia del paese si basa principalmente sul comparto agricolo, principalmente orticoltura, cerealicoltura e frutticoltura, ma anche sulla coltivazione della vite e dell'olivo. Anche l'allevamento del bestiame, in particolare quello bovino e ovino, occupa una grossa fetta dell'equilibrio economico del territorio insieme alle industrie lattiero casearie.

Il comparto artigianale, principalmente la lavorazione del cuoio e della pelle, è fortemente radicato nel paese, famose infatti le borse e le cinture prodotte. In crescita anche la lavorazione del vetro e del legno con intagli preziosi e raffinati che affondano le loro radici nei decori delle antiche cassapanche e dei tappeti.