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Storia

storia
La conformazione del terreno e la natura fertile e rigogliosa di Oristano hanno favorito lo stanziamento umano delle antiche popolazioni fin dai tempi più remoti. Attratte dal suolo altamente produttivo, adatto all'attività agricola e a quella pastorale, esse furono in grado di dare vita a una civiltà progredita, socialmente ed economicamente complessa, orientata tra l'altro all'estrazione di minerali, ricchi nel sottosuolo, e alla pesca negli stagni salmastri.

Dunque l'antica Tharros, porto sicuro per le navi commerciali, i cui resti a picco sul mare sono tuttora visitabili, proprio per la sua posizione fu eletta da Fenici, Cartaginesi e Romani ad approdo e centro di scambio e vendita delle merci trasportate, come pelli, bestiame, oro e gioielli.

Il nome della città, di sicuro erede dell'antica Tharros, che poi avrebbe dato alla Sardegna una delle realtà statuali più consolidate e nobili della sua storia, è già presente nei documenti del Concilio cartaginese del 483, nei quali i territori di Bonifacio, vescovo di Tharros, vengono definiti "Sinus afer", termine usato per designare tutto il golfo della città.
Nella "Descriptio orbis romani" del 636 di Giorgio Ciprio, la città viene invece identificata con il nome di "Aristanes limne", con il significato di "portus" o "lacus" di Aristiane o Aristanis. Denominazione, quest'ultima, che nell'opera geografica di Ciprio potrebbe riferirsi all'intero golfo di Oristano o alla città vera e propria il cui centro storico, contenuto dentro le antiche mura, oggi come in passato viene chiamato Portu.

Lo storico Giovanni Fara (1543 - 1591), autore dei due volumi del "De rebus sardois", fa invece risalire l'uso del nome Aristanis, derivante da "Maristanis", al 1071, anno del definitivo trasferimento della popolazione e della corte giudicale nei nuovi territori. Questi ultimi situati fra il mare e gli stagni.
Poco distante, Santa Giusta fornisce agli storici il nome di Othoca, originata da un antico insediamento fenicio ed emersa grazie agli scavi di Giovanni Busachi (1861) e di quelli di Efisio Pischedda (1896). Il nome della città trova invece la sua giustificazione nella tradizione popolare che vuole che esso abbia origine dalla definizione di "Aureum stagnum", stagno d'oro.

La presenza umana a Oristano risale al Neolitico recente mentre alcuni insediamenti dell'età del Bronzo sono stati riportati alla luce nel vico Ammirato e alle pendici del monte Arci, presso il nuraghe Baumendula e presso il nuraghe del Rimedio, nell'area bagnata dalla parte terminale del fiume Tirso. All'incirca nel VIII secolo a.C. sorsero la città di Tharros, sulla riva destra del fiume Tirso, e la città di Othoca, sulla riva opposta.
Quest'ultima sorgeva su uno dei versanti della laguna che allora si presentava pescosa e navigabile in tutta la sua estensione. Dell'antica Othoca rimane inoltre la preziosa necropoli con importanti emergenze di arte funeraria, espressione dell'organizzazione religiosa e sociale della civiltà che la concepì.
In essa sono stati ritrovati corpi di defunti cremati e sepolti insieme agli strumenti di lavoro e manufatti di provenienza greca o etrusca, sintomo dei rapporti commerciali e culturali della popolazione indigena con gli altri popoli mediterranei. Una antica lastra di pietra arenaria, incisa in lingua etrusca e rivenuta alla fine del 1800, ha inoltre portato gli storici a ipotizzare la presenza nell'area dell'antica Othoca di un santuario destinato a viaggiatori e commercianti.

In epoca romana la città fu completata con una rete viaria importante e con la costruzione di alcuni ponti, uno sul fiume Tirso, conosciuto con il nome "Ponti mannu", distrutto definitivamente nella seconda metà del secolo Romantico, che collegava l'antica Othoca con il nuovo centro urbano e attraversava il fiume Tirso, e uno sul rio Palmas, a cinque arcate, oggi conosciuto come "Su pontixeddu”, con lo scopo di collegare i centri urbani di Tharros e Othoca, di origine più antica, altrimenti escluse dal nuovo agglomerato.
Come indicato dall'Itinerarium provinciarium Antonini Augusti, conosciuto come "Itinerarium Antonini", vera e propria elencazione della rete viaria della Roma imperiale, Othoca era attraversata da due principali arterie chiamate "a Turre Karalis" e "a Tibulas Sulcis".

La presenza romana si articolava in diversi stanziamenti, molto noti quelli di Torangius, di via San Martino, di via Azuni e di San Nicolò, preesistente in età punica. Fra i numerosi ritrovamenti si ricorda il frammento di coperchio di sarcofago ritrovato negli scavi della chiesa di San Nicola, conservato al museo archeologico di Cagliari, mentre il convento di San Martino conserva una lastra marmorea che riporta un epitaffio per la liberta Nigella.

Proprio durante in periodo bizantino sorse il "fundus aristianus", ampio latifondo appartenente alla gens Aristia che divenne nel tempo un grosso centro abitato, noto con il nome di Aristianis e presente nell'opera geografica di Giorgio di Cipro grazie alla sua importante posizione a metà strada fra Fordongianus e Tharros.
Del periodo bizantino rimangono varie e numerose testimonianze fra le quali si ricordano una ricca area cimiteriale con tombe a cassoni e alcuni arredi marmorei presenti oggi nel Duomo della città.
Aristianis, centro dunque importante sia dal punto di vista viario che economico, subì negli anni un lento declino, anche a causa delle carestie, delle pestilenze e delle incursioni arabe. In quel periodo l'antica Tharros divenne sede del luogotenente a capo della parte occidentale della Sardegna. Tale luogotenente, chiamato Arconte, vide associato al suo titolo anche il genitivo "Arboreias" (d'Arborea), dando così origine alla forma statuale del giudicato di Arborea.

Nel 1070, come assicura lo storico Gianfrancesco Fara, avvene il trasferimento da Tharros a Oristano dello Judex Arborensis Orzocco de Zori e dell'Archiepiscopus Arborensis et Thirrensis, ovvero del Giudice di Arborea e dell'Arcivescovo Arborense e Tharrense. Con tale trasferimento l'agglomerato assunse la dignità di civitas e vide importanti trasformazioni anche dal punto di vista urbanistico con l'ampliamento delle sue strade e la costruzione di importanti chiese come la Chiesa di San Mauro e la chiesa di Sant'Antonio con annesso l'ospedale.

Nel 1188 il giudice Pietro I concesse lo stanziamento di alcuni mercanti genovesi nella zona commerciale interna alla città detta "Portus", nell'attuale zona di via Vittorio Emanuele. Grazie a una cronaca del tempo siamo inoltre a conoscenza del fatto che nel 1263 si ergesse in città il palazzo del giudice di Arborea la cui posizione in seno al centro urbano corrispondeva a quella dell'attuale piazza Manno.
Le mura che cingevano la città comprendevano ventotto torri delle quali attualmente rimane solo quella di San Cristoforo e sulla quale è ancora visibile l'epigrafe del giudice Mariano II, vero e proprio padre rinnovatore della città.
Nella città giudicale sono state individuate due zone, dette "Su pottu" e "Su brugu", e quattro quartieri, Porta Mari, Porta Ponti, Santa Clara e Santu Sadurru, in linea con la tipica divisione medievale che generalmente dipendeva dalle attività svolte nei singoli quartieri.

Molto importante per la storia giudicale di Oristano e della Sardegna risulta la figura storica e leggendaria di Eleonora giudicessa d'Arborea.
Eleonora, avvolta nella leggenda che ha fatto di lei un personaggio appartenente oramai ai miti sardi, nacque molto probabilmente nella seconda metà del 1300 da Mariano IV, visconte di Bas-Serra e giudice di Arborea dal 1347 al 1376, e da Timbora di Roccaberti, discendente dalla nobile famiglia catalana dei Perelada. A causa delle complesse alleanze in chiave anti aragonese tra le casate dei giudici di Arborea e le più importanti famiglie della repubblica genovese, andò sposa a Brancaleone Doria, esponente della nota e antica casata, e diede alla luce i figli Federico e Mariano nella residenza di Castelgenovese, oggi Castelsardo.
La tendenza dei giudici di Arborea a condursi in politica con azioni che esprimevano la convinzione di avere pari dignità sovrana e politica nei giochi internazionali, avrebbero pertanto spinto la viscontessa di Bas-Serra ad intessere un serio progetto economico e matrimoniale con il doge di Genova che prevedeva la restituzione di un'ingente somma e un probabile matrimonio di suo figlio Federico con Bianchina Guarco, figlia del doge. Tutto questo in vista di una possibile maggiore influenza arborense nel bacino del Mediterraneo.

Quando il fratello Ugone III, unico erede di Mariano IV, si spense, la viscontessa si appellò alla corona aragonese perchè riconoscesse il figlio Federico come erede diretto dello zio. Lo scopo di Eleonora e del marito, dietro il quale si nascondevano le mire dei genovesi, era quello di controllare gran parte dell'Isola e pertanto le loro richieste non furono accolte dal re che, invece, trattenne a corte come ostaggio Brancaleone Doria.
Eleonora e il suo entourage risposero all'azione intimidatoria della corte aragonese con decisione e, rientrando a Oristano, la viscontessa provvide a nominarsi “Juyghissa d'Arbarèe, Contissa de Gociani, et Biscòntissa de Basso” (giudicessa d'Arborea, contessa del Goceano e viscontessa di Bas) appellandosi all'antica autonomia medievale dell'Isola e rifiutando di fatto l'infeudamento alla corona aragonese. Rifacendosi alla politica paterna si ancorò alle antiche prerogative politiche, sociali ed economiche e provvide a proclamare la Carta de Logu, unico documento del periodo che diede ordine amministrativo e sociale ad una forma statuale di tipo medievale e che a tutti gli effetti guardò al potere e alla popolazione con un'ottica moderna. Tali caratteristiche la resero legge, ad opera di Alfonso il Magnanimo, per l'intera Isola fino al 1827, anno in cui Carlo Felice emanò lo Statuto che rimase in vigore in Italia fino al 1946.
La Carta de Logu si presenta come un corpus di leggi consuetudinarie a carattere penale e civile di cui rimangono nove edizioni a stampa e un prezioso manoscritto del 1400. E' composta da 198 capitoli dei quali 132 si occupano degli aspetti civili e penali e 66 provenienti dal codice rurale emanati dal padre di Eleonora d'Arborea nel 1353.

Dopo la caduta del giudicato di Arborea avvenuta a causa della sconfitta riportata nella battaglia di Sanluri, si vide la nascita del marchesato di Oristano in forza della convenzione di San Martino del 1410. Negli anni successivi Oristano fu amministrata dalla famiglia Cubello la cui storia finì con la dura sconfitta subita nel 1478 dall'unico erede Leonardo Alagon. Divenuta città regia nel 1479, Oristano fu affidata all'amministrazione di un Consiglio composto da cinque membri e da quindici giurati eletti con il sistema dell'insaccolazione, una speciale estrazione a sorte divisa per censo. Tale Consiglio aveva il potere di amanare ordinazioni, vere e proprie leggi alla base della vita cittadina.

La città durante la seconda metà del 1500 fu oggetto della brama di numerosi pirati e predoni, fra di essi si ricordano il Barbarossa e i noti Dragut e Occiali.
Agli inizi del 1600, grazie ad un discreto stanziamento difensivo di truppe, la città raggiunse un certo equilibrio sociale che portò alla nascita di tre classi sociali, i nobili, il clero, i cavalieri e i funzionari appartenenti alla classe amministrativa, detti majores; la classe media, formata da clero, commercianti, artigiani e proprietari terrieri e i menor, classe formata da piccoli proprietari terrieri, e dai lavoratori più umili.

A causa delle tensioni e delle strategie militari della Guerra dei Trent'anni, la cui scintilla iniziale è individuata nella defenestrazione di Praga ad opera di Mattia II, la città rimase vittima nel 1637 di assalti e saccheggi ad opera delle truppe francesi del conte d'Harcourt che, tuttavia, furono presto messe in fuga dalla cavalleria di stanza a Oristano.
Nel periodo spagnolo-aragonese sorsero in città il palazzo municipale e altri palazzi, come palazzo De Castro, che presentano interessanti motivi gotico-aragonesi.
In epoca sabauda si manifestò una grande attenzione per l'assetto urbanistico che risentì dell'impianto architettonico e decorativo barocco. Segni di tale stile sono presenti nella Cattedrale e nel palazzo del marchese d'Arcais nella via Dritta.

Sempre dal punto di vista architettonico, nel 1800 la città si rivestì di decori ed edifici neoclassici, come l'attuale Municipio, allora convento degli Scolopi, e il palazzo Carta Corrias, grazie agli interventi di Gaetano Cima, Giuseppe Cominotti e Antonio Cano. Con il passare del tempo la città mantenne le stesse strutture amministrative che furono invece variate nel 1771 quando il Consiglio venne ridotto a sei membri.
Nel 1796 Oristano assistette alla sconfitta delle truppe spontanee di Giovanni Maria Angioy che, in seguito alla firma del trattato di Cherasco e della pace di Parigi firmata da Vittorio Amedeo III il 15 maggio 1796, fu abbandonato dai suoi stessi compagni.
Nel 1836 fu variato ancora una volta l'assetto del Consiglio nel quale furono individuati due principali organismi, il Consiglio generale e il Consiglio particolare.

Nel 1900 sorsero alcuni graziosi edifici in stile Liberty, in vial San Martino e via Santa Chiara, e alcuni edifici risalenti al Ventennio fascista come il palazzo del Consorzio di Bonifica.

Le numerose chiese della città presentano vari stili accumulatisi spesso durante i secoli e a causa delle numerose aggiunte e modifiche.
La cattedrale di Santa Maria Assunta è costruita nel sito di un insediamento bizantino e riedificata una prima volta nel 1130 con prospetto e decorazioni di tipo romanico. Nel XVIII secolo l'edificio fu ricostruito per intero eccettuate le tra cappelle del transetto. La tradizione, purtroppo non supportata da testimonianze adeguate, attribuisce alla Cattedrale anche la dignità di luogo di sepoltura per i giudici di Arborea.
Nella cappella del Rimedio è custodita la lastra funebre di Filippo Mameli, mentre nel presbiterio è esposta l'assunzione della Vergine attribuita a Rapous.
In ultimo è opportuno ricordare l'edificio del seminario arcivescovile, il cui corpo centrale risale alla seconda metà del 1700, e la chiesa di San Francesco il cui impianto originale risale al 1200 e che fu distrutta nel 1800 e riedificata su progetto di Gaetano Cima. La chiesa custodisce inoltre un crocifisso gotico-spagnolo del 1350 e una parte di unn retablo di Pietro Cavaro (1533).

Tradizioni
I colori, i saperi e i sapori della città sono preservati e tramandati grazie ad alcune grandi e secolari manifestazioni che coinvolgono l'intera popolazione.

La prima e più nota è la Sartiglia, torneo cavalleresco che si svolge l'ultima domenica di Carnevale e il Martedì grasso e durante il quale i cavalieri, avanzando ad alta velocità sui loro destrieri, devono infilzare con uno stocco una stella sospesa in aria. Dal numero delle stelle infilzate un tempo si traevano gli auspici per il raccolto dell'anno.
Secondo quanto narrato da Felice Cherchi Paba nel volume "La sartillia" (quaderni storici e turistici d'Arborea, 1956), la Sartiglia sarebbe nata su idea del canonico Giovanni Dessì e, secondo la tradizione, come torneo per placare le rivalità di quartiere. La festa segue tuttora un rigoroso cerimoniale che affonda le sue radici nei secoli passati e mantiene in vita un sincretismo pagano-cristiano unico nel suo genere.

I riti della Settimana Santa, altrettanto partecipati dall'intera popolazione, vengono organizzati dalle confraternite del Santissimo Nome di Gesù e del Santissimo Rosario.
Prendono avvio il Lunedì Santo con la processione dei Misteri e il Giovedì Santo, al termine della messa, inizia la processione chiamata "de Jesus", durante la quale i fedeli sfilano al seguito delle statue lignee di Gesù nell'orto del Getsemani e di Maria Addolorata.

Il Venerdì si svolge invece la processione nella quale la statua dell'Addolorata viene accompagnata a braccio fino alla Cattedrale dove viene inscenata la cerimonia della Passione, chiamata "S'Iscravamentu", ovvero la deposizione di Cristo dalla croce. Segue il rito de "S'Interru" e la domenica di Pasqua si svolge infine la processione de "S'Incontru" nel corso della quale la statua del Cristo risorto e quella della Madonna si incontrano di fronte all'Episcopio sancendo la fine del lutto e l'inizio della gioia pasquale.

Territorio
Il territorio di Oristano si estende dalla costa verso le zone più interne e comprende le frazioni di Silì, Massama, Donigala Fenughedu, Nuraxinieddu, Masainas, San Quirico e Torregrande.

La natura del terreno, fertile e ricca di corsi d'acqua, fra i quali il fiume Tirso a nord e e lo stagno di Cabras a sud, ha reso particolarmente fiorente il settore agricolo e dell'allevamento.

Collegata con gli antri centri dell'Isola tramite la superstrada Cagliari - Sassari e la ferrovia, è anche servita dal porto industriale e commerciale e dall'aeroporto di Fenosu. Realtà, queste ultime, che, se potenziate, saranno in grado di dare forte slancio all'economia e al territorio del Comune.

Economia
Oristano presenta un tessuto economico in cui l'industria, specialmente manifatturiera, supportata tra l'altro da una rete di distribuzione abbastanza ampia, è in continua espansione.
Le attività tradizionali come l'agricoltura e l'allevamento sono molto sviluppate, specialmente l'agrumicoltura, la viticoltura e l'allevamento di bovini e ovini.
In via di sviluppo anche il settore turistico e alberghiero anche con una grande presenza di altre strutture ricettive, supportate da una millenaria storia e dalla presenza di musei e monumenti di notevole interesse.