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Storia

storia
L'etimologia del nome Gairo deriverebbe, secondo Giovanni Lilliu, da "Galillium", nome che risalirebbe al XII secolo e che sarebbe presente anche nella nota leggenda di San Giorgio. Secondo la teoria dello Spano, invece, il nome deriverebbe dal fenicio "Hiair" (illuminazione), o da "Gabaiar" (colle selvoso) e "Iiar" che avrebbe avuto il significato di selva. Il canonico Flavio Cocco indica nelle parole greche "Ghès" e "Rèuo", terra che scorre, le vere radici del nome. Tale teoria trova conferma nelle caratteristiche idrogeologiche del territorio di Gairo, particolarmente soggetto a smottamenti.

Ai giorni nostri Gairo si esprime attraverso i suoi simboli, il sole che sorge sul mare e il monte "Perda 'e liana", presenti anche sul suo gonfalone.

Alcune tracce di vita umana, grazie alla presenza abbondante d'acqua, erano probabilmente già presenti nel periodo preistorico presso il rio Pardu. Gairo presenta numerose emergenze archeologiche legate al periodo prenuragico e nuragico, ne sono prova le cinque "domus de janas" di Bacu arista e quelle di "Scalarrana", i menhir e i nuraghi di "Is tostoinis" e di "Perdu isu". Di particolare importanza il nuraghe de "Su serbissi", situato nella punta più alta di "Serra serbissi", caratterizzato da un cunicolo comunicante con una grotta scavata nella roccia.

Pare inoltre che l'epoca punico-romana sia stata assai fiorente nel territorio. A riprova di ciò sono stati rinvenuti numerosi oggetti di terracotta nella zona marina di monte Ferru. Inoltre, nella zona costiera permangono ancora i resti di un lastricato, probabilmente relativo all'antica strada Orientale Sarda.

Giovanni Lilliu attribuisce la nascita del paese al periodo di poco precedente l'epoca in cui visse San Giorgio vescovo.
In realtà, il nome di Gairo è presente in un documento del 1217, fatto che attesterebbe l'esistenza dell'agglomerato urbano, presso la zona della marina, in tempi precedenti alla data sopra indicata.
Successivamente, a causa delle incursioni del califfo Abd al Malik e alle altre numerose incursioni arabe, la popolazione fu costretta a spostarsi nelle zone più interne del territorio afferenti ai nuraghi Tronconi e Musciu. Nelle zone più interne gli abitanti riedificarono le chiese e le abitazioni lavorando la terra e cercando di rendere maggiormente coltivabile il territorio.

Il dominio aragonese iniziò nel 1324, successivamente l'intero territorio, comprensivo di Gairo, passò a Berengario Carroz.
Nel 1528 iniziarono le ostilità per il possesso della Sardegna orientale, con successivo ulteriore trasferimento del paese in una zona più protetta, presso il Salto di Sessei, corrispondente all'attuale Gairo Vecchio.

Il vecchio agglomerato, ormai disabitato dal 1963, è attualmente un centro turistico di notevole interesse per il tessuto urbano fatto di articolate mulattiere o viottoli in granito e scisto, atte a livellare o rendere maggiormente percorribili le vie del centro montano. Le abitazioni sono edificate in pietra locale legata con la malta prodotta dal forno, operante fino al XX secolo, in località Taquisara.

Proprio al possesso del Salto di Sessei sono legate le storie delle diatribe legali fra Gairo e Bari Sardo di cui oggi restano tracce nella memoria storica dei due paesi.

Come si è accennato precedentemente, il territorio di Gairo, a causa delle sue caratteristiche idrogeologiche, è stata soggetta a varie alluvioni. La prima, risalente al novembre 1880, danneggiò fortemente il paese e mise a dura prova il carattere orgoglioso e tenace della popolazione che, in quella occasione, dimostrò tutto il suo valore. Le alluvioni successive, risalenti al 1927 al 1940 e al 1951, hanno posto grossi problemi alla popolazione che ha cercato di spostarsi ulteriormente in alcune zone meno fangose e meno soggette a smottamenti, come il borgo che ha che preso il nome di Gairo Sant'Elena.

Le chiese presenti nell'abitato e nelle campagne poco distanti hanno origini antiche.
La chiesa dello Spirito Santo, in parte distrutta, è situata a Gairo Vecchio ed è legata alla leggenda che la vorrebbe fondata dalle donne di Ulassai. Nel nuovo centro abitato è presente un'altra chiesa dedicata allo Spirito Santo Patrono, realizzata in granito sardo e abbellita da un mosaico di Fanco d'Urso. La chiesa campestre di San Lussorio sorge lungo la strada verso Cardedu e ospita ogni anno i festeggiamenti dedicati al Santo.
Infine, è importante ricordare la chiesa dedicata a Nostra Signora di Buon Cammino nella quale fu rinvenuta, nella seconda metà del 1700, un masso incassato nei muri dell'edificio che presenta iscrizioni indicanti i confini territoriali tra gli antichi popoli del territorio e che prende il nome di "cippo terminale".

Tradizioni
Le tradizioni e gli usi di Gairo trovano la loro origine o conferma nelle festività, nelle pietanze tipiche e nelle storie e leggende che si sono tramandate oralmente di generazione in generazione durante le lunghe serate invernali o nei caldi pomeriggi estivi.

Le fogge dei vestiti sono particolarmente legate alla vita pastorale e contemplano la veste di pelliccia, chiamate "stia 'e peddi", e un cappotto di orbace nero. In base ai gioielli indossati e alla qualità delle stoffe del costume indossato era possibile dedurre la classe sociale di appartenenza. Le donne, che generalmente indossavano il tradizionale fazzoletto, facevano vita casalinga e si dedicavano ai lavori agricoli, come la lavorazione del grano, ma non alla pastorizia. Il venerdì sera mettevano il lievito nella farina e il sabato successivo facevano le numerose qualità di pane, come "Su moddissosu" e "Su pistokku". La vita agricola non era estensiva ed era regolata dall'effettivo fabbisogno del nucleo familiare. Spesso gli agricoltori, dai loro campi, per capire se era arrivata l'ora di pranzo, fissata a mezzogiorno, guardavano verso la montagna di fronte all'abitato di Gairo dove esiste una parete con la roccia scavata. Quando l'interno di questo incavo naturale era completamente in ombra significava che era mezzogiorno. L'incavo, pertanto, prese il nome di "Sa grutta de mesudì", la grotta del mezzogiorno.

Suggestive e interessanti sono le numerose leggende, come quella di "Sa babbaieca", dirupo legato all'eliminazione fisica degli elementi anziani del paese, tipica di alcune popolazioni mediterranee, che è possibile ritrovare nell'esclamazione "Ancu ti 'nci ettintiti in sa babbaieca" (che ti gettino nella babbaieca).
Divertente ed istruttiva, soprattutto per i più piccoli, appare la leggenda detta delle "Bintottu personas in sa fogi" (Ventotto persone nella conca), che narra la disavventura di alcune persone poco accorte che, incantate dal riflesso della luna su uno specchio d'acqua di una palude, decisero di afferrarlo rimanendo intrappolati nel suo fondale fangoso.
La leggenda più suggestiva è senz'altro quella che vede nel tacco calcareo di "Perda 'e liana" la porta dell'inferno dalla quale, la notte, uscivano spiriti e diavoli per tomentare i comuni mortali.

Le tradizioni enogastronomiche sono caratterizzate dalla produzione di primi piatti, come "Is culurgionis", "Is raviolus de arrescottu o de pessa", ravioli di ricotta o carne, e le focacce di patate e cipolla chiamate "Coccoi 'e patata" e "Coccoi 'e cibudda". Frai secondi piatti, legati alla cacciagione, spicca la cottura del cinghiale in buche scavate nel terreno e rivestite di rami di piante aromatiche, detta cottura a "carrargiu".
Colorata è, invece, la varietà di dolci tipici come i "pirighittus" e gli amaretti.

Territorio
L'agglomerato urbano di Gairo Sant'Elena, insieme alla suggestiva frazione di Gairo Taquisara, si estende nella zona chiamata Ogliastra, tra i 650 e gli 800 metri di quota, e domina la vallata del rio Pardu nella zona chiamata Ogliastra. I due paesi fanno parte della Comunità Montana ogliastrina.

Il suo territorio, ricco di grotte naturali, si estende dalle propaggini del monte Gennargentu fino alla costa tirrenica e si caratterizza per la varietà del patrimonio naturalistico di cui fanno parte i folti boschi e la montagna calcarea di "Perda 'e liana" e alcune grotte di origine carsica percorse da piccoli e grandi corsi d'acqua che terminano il loro percorso nell'azzurro mare incontaminato.
Il tacco calcareo di monte "Perda 'e liana", già citato da Alberto La Marmora e cantanto dal poeta Sebastiano Satta, si erge fino a 1293 metri sul mare e torreggia su tutto il territorio, visibile dal valico di "Correboi" o di "Arcueri", a guisa di vessillo.

Il territorio ad andamento irregolare è caratterizzato da salti molto suggestivi. I corsi d'acqua, a carattere torrentizio, assicurano al terreno un più che costante apporto idrico. Fra le sorgenti si ricordano quella di "rio Cabu de abba", che rifornisce direttamente l'acquedotto paesano, la sorgente "Moddizzi" in località Castello Canali Enna e infine le sorgenti di "Abba frida", di "Sa siligurgia" e di "S'arettili".

La vallata di Baccu nieddu, quella di Sarcerei, e le zone di Taccu e di Genna, presentano una vegetazione formata da lecci, cisti, conifere ad alto fusto e una variegata vegetazione di natura riparia, come ontani e salici.
Il sottobosco si caratterizza per i colori e gli odori ed è costituito da biancospino, lentisco, ginepro, agrifoglio, erica, corbezzolo e ginestre. Inoltre, lungo i corsi d'acqua, per la gioia dei naturalisti e degli appassionati di pesca in acque dolci, è possibile trovare anguille e trote.

Economia
L'attività silvicola, legata al rimboschimento e alla salvaguardia del patrimonio boschivo, già sotto la tutela dell'Ispettorato Dipartimentale delle Foreste di Nuoro, ricopre tuttora un ruolo importante nel territorio di Gairo.
L'attività forestale si integra perfettamente con quella zootecnica, con l'agricoltura di montagna e con la pastorizia transumante.
Proprio l'allevamento di ovini, suini, bovini e caprini è in grado di produrre una eccellente qualità di formaggi che si uniscono alla genuinità degli altri prodotti enogastronomici in grado, oggi, di fare la differenza nel comparto alimentare.