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Storia

Il villaggio di "Su Coddu" risalente al 3000 a C. circa e il sito di "Mat'e Masonis" testimoniano la presenza umana sin dall'età Neolitica e Eneolitica. Sono numerose anche le testimonianze della cultura nuragica, romana e medioevale, rappresentate dal pozzo sacro di S. Rosa, dal villaggio in località "Bi'e Palma", dalle chiese di San Lussorio e San Giuliano.

Il nucleo iniziale del paese sorse attorno alla chiesetta romanica di San Giuliano che, quasi sicuramente, fu edificata su una preesistente area sacra paleocristiana e bizantina.
Selargius era nota fin dai tempi dei romani per la sua operosità: deve infatti il suo nome, secondo alcune interpretazioni, ad un grande deposito di prodotti agricoli che i romani chiamavano appunto Cellarium.

La fertilità delle campagne e la loro vicinanza alla marina del Poetto e ai bacini salmastri delle saline spiegano l'importante ruolo che i pisani e i sovrani aragonesi assegnarono all'agro selargino per la conservazione delle scorte alimentari della città di Cagliari. La storia del paese segue le vicende del marchesato di Quirra, di cui fece parte sin dalla conquista spagnola del 1324 e da cui si riscatta nel 1839, data che segna la fine del feudalesimo in Sardegna.

Tradizioni
Tutti gli anni selargius rivive le sue antiche tradizioni con la celebrazione dell'antico sposalizio selargino. Gli sposi dopo la vestizione ricevono in ginocchio la benedizione dei loro genitori con formule tradizionali di augurio e prosperità cospargendo il loro capo con grano e sale. Il corteo nuziale accompagnato dai gruppi folkloristici provenienti da tutta la Sardegna si snoda per le vie cittadine addobbate con fiori e piante e con l’esposizione di biancheria, arazzi, antichi utensili e prodotti tipici, in particolare i dolci. Lungo le vie alcune donne ripetono lo stesso rito di benedizione sugli sposi rompendo poi il piatto (s'arazia) ripetendo il rito propiziatorio di fortuna. Una volta raggiunta la chiesa della SS. Vergine Assunta viene celebrato il matrimonio in lingua sarda campidanese. Al termine della cerimonia gli sposi, secondo le antiche tradizioni campidanesi, vengono incatenati con "sa cadena de sa coja", simbolo dell'indissolubilità del matrimonio. Infine gli sposi incatenati raggiungono la chiesa di San Giuliano, dove scrivono in una pergamena un messaggio dedicato ai figli, che viene custodito dalla Confraternita del Rosario e che solamente 25 anni dopo viene consegnato al primogenito. L'antico sposalizio ha anche una nota internazionale, rappresentata da una coppia di sposi stranieri, che partecipano a tutte le fasi del rito, ed in particolare alla "promessa", e che vengono ospitati per alcuni giorni assieme ad un gruppo folk della loro città.